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III lectio di P. Maurizio Teani sj – Venerdì 15 dicembre 2017

L’enigma e il senso della storia.

Una lettura del profetismo biblico – ISAIA

Testi di riferimento sono i capitoli dal 7 al 12 del libro di Isaia: il  “libro dell’Emanuele”, Dio con noi.

Siamo nella seconda metà dell’ottavo secolo. Le tribù del Nord, tassate da Giuda, alla morte di Salomone chiesero a suo figlio Roboamo di alleggerire il peso fiscale. Roboamo lo negò e questo comportò una scissione per motivi di giustizia: lo scenario è quindi quello della difficoltà di fare fraternità.

Cap 7, 1-7

Contestualizzazione: la Siria era la superpotenza del tempo e dominava con forza. Il re di Siria e il re di Israele si erano alleati e avevano chiesto anche al re di Giuda di unirsi a loro, ma questi rifiutò e allora lo attaccarono. Quando ciò venne annunciato alla casa regnante, ci fu una reazione di sconcerto e di angoscia: Vs 2 Allora il suo cuore e il cuore del popolo si agitarono, come si agitano i rami del bosco per il vento.

  • Noi oggi da quali minacce siamo agitati?

Vs 3 Seriasùb nome che significa ”un resto ritornerà”: è un segno di speranza. …Va’ incontro ad Acaz fino al termine del canale della piscina superiore … il luogo è doppiamente importante, sia perché in caso di assedio era necessario avere una riserva d’acqua, sia perché nelle vicinanze avveniva la consacrazione regale; ricorda inoltre la promessa fatta da Dio a Davide riguardo la continuità del suo regno. Ma questa promessa ora sembra messa in crisi dalla situazione che si è creata.

  • Come viviamo noi oggi? Come ci sembra che sia messa in crisi la promessa?

Vs 9b ma se non crederete, non resterete saldi : il verbo aman significa essere sicuro, fondato; da questa radice viene amen, come anche Mammona.

  • Su cosa fondiamo la nostra esistenza?

Il fondamento della nostra vita ha a che fare con ciò in cui crediamo e sicuramente tutti vivono di una qualche fede. Il punto è verificare se questa fede su cui basiamo la nostra vita rimane salda nei momenti meno favorevoli, quando facciamo fatica a rimanere in piedi. Qui è in gioco la verità della Parola di Dio e il fondamento della nostra vita: Gesù parla della casa costruita sulla roccia… ci invita a porre il nostro fondamento in Dio.

Cap 8, 5-10

Vs 5 “Poiché questo popolo ha rigettato le acque di Siloe, che scorrono piano, e trema per Rezìn e per il figlio di Romelia, per questo, ecco, il Signore gonfierà contro di loro le acque del fiume, impetuose e abbondanti… In Israele ci sono le piccole acque e poi c’è il grande fiume dell’Assiria, l’Eufrate. Questo sta a significare che i Giudei non si sono fidati e sono andati a cercare aiuto altrove. Queste parole ci invitano a fidarci di quel poco che Dio ci ha dato e che è garanzia di quello che Lui ha detto.

Tornando al vs 7, 10 leggiamo: Il Signore parlò ancora ad Acaz:” Chiedi per te un segno dal Signore tuo Dio…” Noi dobbiamo chiedere un segno al Signore: chiedere di avere occhi e intelligenza spirituale per cogliere la sua presenza tra di noi. Non chiedere un segno significa non avere fede che Dio possa aprire squarci di novità oggi.

  • Quale segno viene dato qua?

Vs 14: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emanuele. che rimanda alle parole del Vangelo di Lc 2, 10 Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. Il segno è piccolo, sproporzionato rispetto alla realtà, ma è un segno di vita che sta sbocciando. Le fasce e la mangiatoia indicano che viene affidato alle mani dell’uomo. Se questo segno piccolo non viene accolto e non ci si prende cura di esso, non potrà crescere.

  • Dove andiamo a cercare i segni di Dio? Abbiamo occhi e cuore attenti per riconoscere quei germi di novità che il Signore anche oggi ci dona e che possono crescere nella misura in cui ce ne facciamo carico?

Mt 1, 23 …Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emanuele, che significa Dio con noi. Il Vangelo di Matteo termina con Gesù risorto che dice ai suoi al vs 28, 20: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Tutto il vangelo di Matteo è racchiuso tra queste espressioni ” con noi” – “con voi” e il tutto viene esplicitato dalle parole e dai gesti che Gesù compie.

I Magi, segno della sapienza orientale, sono persone in ricerca e anche loro faticano a trovare. La loro ricerca è accompagnata dalla stella e dal Libro. Finalmente, con perseveranza, arrivano ad una grotta, dove si stupiscono nel vedere una donna con il suo bambino appena nato.

Anche il Salmo 86, un salmo di supplica, si conclude dicendo al vs 17:  Dammi un segno di benevolenza.

A Maria viene dato un segno: Lc 1, 36: Ecco, anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile…

Ecco = apri gli occhi… Maria è la credente capace di vedere un germoglio nel suo popolo, che ormai sembrava segnato dalla sterilità. La novità di Dio rimane nascosta e ci vuole l’occhio della fede per coglierla.

Cap 9, 1-6

Vs 1 Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce… nella notte in cui non si vede più nulla, la luce di Dio interviene, come nel cantico di Zaccaria, vedi Lc 1,78 …per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge…

Il motivo della luce che risplende nelle tenebre ha inciso nella scelta della data del Natale: corrisponde al giorno del solstizio, in cui le ore di luce cominciano ad aumentare. L’azione di Dio è quella di illuminare la notte dell’uomo e si concretizza nel portare la pace. Il realizzarsi della promessa dipende dalla risposta e dalle scelte che vengono prese dall’uomo.

La presenza di questo bambino è motivo di gioia, tema caro al Papa. La gioia del Vangelo, l’Amoris laetitia, è radicata nella coscienza dell’uomo, nella consapevolezza che non siamo orfani, ma siamo accompagnati, che dentro le tenebre c’è la luce, che dentro la nostra sterilità c’è un bambino.

Cap 11, 1-9

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…

Iesse era il padre di Davide: il capitolo 11 inizia richiamando la discendenza del re al quale era stata fatta la promessa. L’immagine però è quella di un tronco tagliato che indica una situazione apparentemente senza futuro. In realtà proprio da questo tronco tagliato verrà fuori un germoglio: una cosa piccola all’inizio, ma una speranza, una novità che Dio innesta dentro i fallimenti dell’uomo.

Vs 9,2 … Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore, … in questi versetti vengono elencate alcune caratteristiche di questo bambino. Nella traduzione greca, posteriore a quella ebraica, è stata aggiunta la pietà di Dio e da qui sono stati individuati i 7 doni dello Spirito Santo. Queste dimensioni dovrebbero caratterizzare anche ciascuno di noi attraverso la potenza dello Spirito.

Nello specifico evidenziamo 3 di queste caratteristiche:

Sapienza: saper distinguere ciò che è bene da ciò che è male, leggere in profondità (da sapěre = gustare) saper gustare, distinguere ciò che è buono da ciò che è velenoso, corrisponde al discernimento.

Consiglio: prudenza nel ponderare le scelte … siate prudenti come serpenti, semplici come colombe.

Fortezza d’animo: capacità di non lasciarsi scoraggiare, di far fronte alle difficoltà.

Alla luce di questi testi, siamo chiamati, in questo periodo natalizio, a verificare quale sia il fondamento su cui ci basiamo, di chi ci fidiamo veramente.

Ricordiamo che la fede è la capacità di leggere quel poco che Dio ha messo nella nostra vita, perché fidandoci possiamo essere testimoni di cose impensabili.

II lectio di P. Maurizio Teani sj – Venerdì 24 novembre 2017

L’enigma e il senso della storia.

Una lettura del profetismo biblico – ELIA

 

Il profeta non ha Dio in tasca, non riconosce facilmente dove Dio parla negli eventi concreti della storia, ma deve fare discernimento, cercare di leggere quello che sta accadendo alla luce di Dio.

Il profeta stesso, che invita gli altri alla conversione, è chiamato per primo a cambiare il modo di capire e di vedere come Dio opera nella storia.

Testi di riferimento sono i capitoli dal 17 al 19 del Primo Libro dei Re.

Elia ha operato nel nord di Israele nella prima metà del IX sec. Alla morte di Salomone le tribù del nord si erano staccate da quelle del sud (da Giuda), per motivi di giustizia sociale.

Israele era governato dal re Acab che, per una politica di alleanze, aveva sposato Getzabele, figlia del re di Tiro, la quale aveva introdotto in Israele la religione dei Fenici. Questi adoravano Baal (che letteralmente significa padrone, signore, marito), divinità della tempesta, della pioggia e della fecondità, che era paragonabile a Giove Pluvio e che come lui era rappresentata con un fascio di saette.

Noi oggi spesso ci comportiamo come i Fenici, ci inchiniamo davanti a quelle realtà che appaiono interessanti perché pensiamo di ottenere facilmente fecondità e ricchezza.

Getzabele aveva perciò corrotto lo Javhismo ed Elia ha la missione di denunciare la situazione, mettendo in guardia coloro che si erano consegnati a questa falsa divinità che non avrebbero ricevuto fertilità e ricchezza, ma sterilità, aridità, distruzione e morte.

Questo accade anche a noi tutte le volte che cadiamo nell’idolatria, quando assolutizziamo delle realtà, pensando che diano chissà cosa, ma di fatto portano solo desolazione e distruzione. Il messaggio che Elia deve profetizzare è: chi dà la pioggia non è Baal, ma Dio. Elia però non si esprime secondo Dio, infatti dentro le sue parole si percepisce un po’ di presunzione.

Cap 17 vs 1: Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse ad Acab: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io». Subito dopo leggiamo al vs 2: a lui fu rivolta questa parola del Signore: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente”. L’autore ci mette in guardia: solitamente Dio si rivolge ad un profeta dicendogli all’inizio “va”, invece in questi versetti Dio interviene dopo che Elia ha parlato ad Acab. Questo è un modo sottile per indicare come Elia si sia un po’ impadronito del messaggio e non lo stia trasmettendo secondo lo stile di Dio.

Vs 4 i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo. I corvi nella Bibbia erano considerati animali impuri, ma proprio attraverso un animale disprezzato Dio nutre il profeta.

Vs 9 Dio interviene la seconda volta: Alzati, va’ in Zarepta… io ho dato ordine ad una vedova di là per il tuo cibo. Alzati e va’ sono verbi di missione; Dio manda Elia più lontano, in Fenicia, nel territorio di Getzabele, dove sarà mantenuto da una donna vedova pagana. Quasi a dimostrargli che il bene c’è dappertutto.

Cap 18 vs 1 Dopo molto tempo, il Signore disse a Elia, nell’anno terzo: «Su, mostrati ad Acab; io concederò la pioggia alla terra». Dopo tre anni di siccità, Elia riceve la terza parola di Dio e viene inviato al re Acab, al quale si era già rivolto a modo suo in passato. Notiamo il contrasto tra quanto aveva detto Elia al capitolo 17 e quanto dice Dio al capitolo 18: la pioggia la manderà Dio. Lo stato di siccità è un progetto di Dio che cerca sempre il bene di tutti. Il profeta obbedisce e si presenta ad Acab. Segue lo scontro sul monte Carmelo tra Acab ed Elia al fine di provare quale delle 2 divinità sia il vero Dio. Il Signore invia il fuoco che consuma l’olocausto, preparato per le divinità, ed Elia vittorioso sgozza i 450 profeti di Baal.

Cap 19 Il capitolo si apre con la notizia dell’accaduto riportata a Getzabele da Acab. Elia si rende conto che il potere è ancora in mano a quei due, ha paura e scappa più a Sud, uscendo dal territorio di Israele, fuori dalla giurisdizione della regina.

Vs 5 …si coricò e si addormentò… il sonno è segno di un appannamento interiore, di una fatica a sostenere una situazione difficile: Elia pensava di aver sconfitto quel potere idolatrico, invece si rende conto di aver fallito nella missione quando aveva profetizzato autonomamente, pieno di sé, in modo violento. Il Signore allora si fa presente attraverso un suo angelo = messaggero, trovando modo di sostenere il suo inviato. Una focaccia e un po’ di acqua sembrano segni insignificanti, ma se accolti, danno la forza necessaria per riprendere il cammino in modo nuovo. Elia sostenuto da questo nutrimento, dopo quaranta giorni di cammino, raggiunge l’Oreb, il monte di Dio. La sua fuga diventa così un cammino di ricerca, la sua domanda A chi è in mano la storia? trova la risposta nella ricerca del Dio dell’Esodo.

Dal vs 9 è Dio che va a cercare Elia: che fai qui, Elia? E’ una domanda che rivela la pedagogia di Dio, come tante altre, che invitano il soggetto a guardarsi dentro e a comprendere cosa sta vivendo. E’ un modo per aiutare Elia a fare chiarezza, ad esprimere quello che sta attraversando, a non mentire a se stesso. Anche Ignazio negli EESS desidera accompagnare le persone, li invita a fare chiarezza nella propria vita.

Il profeta sfoga tutto il suo rancore e dichiara che sta cercando di difendere Dio, dal momento che il popolo ha iniziato ad essergli infedele seguendo Baal – potremmo oggi dire i Baal di turno. Elia crede di essere rimasto solo a credere nell’alleanza tra il Signore e il popolo di Israele. Allora Dio gli dice al versetto 11 …esci e fermati sul monte alla presenza del Signore.  Dio non si rivela nel vento forte, nel terremoto, nel fuoco – tutti elementi presenti nella rivelazione a Mosè sul monte Sinai. Dio si rivela nel mormorio di un vento leggero: non sono i modi prodigiosi quelli con cui Dio si rivela, bensì utilizza un segno tenue, che richiede attenzione per essere riconosciuto. E questo sarà lo stile che il profeta deve assumere.

La forza di Dio, che si rivelerà in maniera sempre più piena con Gesù, è quella dell’Amore inerme, che lavora dall’interno (non spezzerà la canna fragile, né spegnerà il lucignolo fumigante). Ciò significa che siamo chiamati ad un cambiamento interiore per seguire realmente il progetto di Dio.

  • Quali segni cerchiamo?
  • Ci stiamo preparando al Natale: qual è il segno del Natale che stravolge il pensiero comune? Un bambino piccolo e indifeso che viene per salvarci!

Elia non si lascia convincere facilmente, come succede spesso anche a noi. Nonostante abbia sperimentato la presenza del Signore nel vento leggero, Elia risponde alla seconda chiamata con le stesse parole: … «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita» …  a significare la sua fatica ad entrare in questo nuovo progetto divino che prevede una conversione radicale ed interiore: occorre cambiare totalmente il proprio orizzonte di vita, proprio di 180°.

Vs 15-16: .. Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Hazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto.   Questa conversione comporta un cambiamento nella lettura della realtà, infatti Elia ungerà un nemico come re di Aram (che corrisponde all’attuale Siria, nemici storici di Israele). Poi Dio gli annuncia che ungerà Eliseo, il profeta che continuerà l’opera di Elia, come a dire che non sarà lui, ma un altro a continuare l’opera di Dio.

Vs 18 Io poi mi sono risparmiato in Israele 7.000 persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal… Elia credeva di essere rimasto il solo fedele, mentre il Signore gli/ci dimostra che agisce nel segreto delle coscienze di tutti, ottenendo conversioni che spesso ci sorprendono.

Gli incontri a S.Giorgio possono creare occasioni di condivisione, per sperimentare un’attenzione comune a certi valori, alla Parola del Vangelo. Quando ci si trova in difficoltà, sembra che tutto crolli, ma Dio ci invita ad una rilettura. Il rischio è di pensare alla propria missione come ad un’ennesima battaglia da affrontare, mentre quello che ci è chiesto è invece di sposare lo stile di servizio, che Gesù ci ha rivelato.

Papa Giovanni aveva fatto una scelta esplicita nella sua pastorale: portare a tutti l’Evangelo con segni di amicizia e di misericordia. Quando era Nunzio Vaticano negli anni ’30, in Bulgaria, aveva fatto amicizia con gli Ortodossi, e per questo era stato criticato a Roma. Da patriarca di Venezia invitava i suoi preti ad usare parole di misericordia, piuttosto che di condanna verso coloro che faticavano a seguire la parola del Signore.

Così Papa Francesco con l’Evangelii Gaudium, quando usa la parola MISERICORDIA non è per intendere un atteggiamento di buonismo, ma per indicare un preciso stile da acquisire, al fine di intervenire in questa nostra storia che si dimostra sempre più idolatra. Anche oggi, infatti, abbiamo i nostri Baal e l’intervento di Dio sembra essere sempre più sfumato, meno visibile. Ma noi cristiani dobbiamo rimanere vigilanti, perché siamo chiamati a “non fissare lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne”, come dice San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi.

Don Mazzolari diceva: “Là dove l’uomo è passato creando solitudine e morte, lo Spirito del Signore fa rigermogliare ogni cosa nel silenzio”.

Questa lettura della vicenda di Elia diventa quindi un invito per ciascuno di noi nel cercare QUALI sono i segni di Dio e nel comprendere COME Lui opera nella nostra storia. La proposta è dunque quella che il Papa esplicita anche nell’Evangelii Gaudium, ossia di trasmettere con i gesti la Buona Notizia, prima ancora che con le parole, come ha fatto Gesù che si metteva a tavola con i peccatori, prima di rassicurare loro che il Padre era pronto ad accoglierli così com’erano nei loro fallimenti.

I lectio di P. Maurizio Teani sj – Venerdì 20 ottobre 2017

L’enigma e il senso della storia.

Una lettura del profetismo biblico – MICHEA

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Riflessione da fare insieme a partire dalla Parola di Dio. L’argomento riguarda il profetismo biblico, una lettura, un approccio, che ha come punto di riferimento la lettura dell’enigma della storia, secondo quello che emerge dai profeti.

Testo di riferimento è il Capitolo 22,1-28 del Primo libro dei Re

 

Nella Bibbia che utilizziamo, che segue la traduzione greca dei 70, fatta 3 secoli prima di Cristo, quando gli ebrei erano ormai dispersi e si conosceva il greco, ma non più l’ebraico, questo testo appartiene ai libri storici: Giosuè, Giudici, 1 e 2 Sam, 1 e 2 Re, cioè dalla nascita della monarchia fino all’esilio.

Nella Bibbia ebraica, quella originaria, sono detti invece libri profetici, non solo perché compaiono alcune figure di profeti, come Elia, Eliseo, Natan, ma per l’intuizione che la storia è profezia, nella storia Dio parla, in quel che succede c’è un messaggio che va capito e interpretato.

Il testo è situato più o meno nel IX sec a.C.

Vs 1  Aramei: Siriani. 3 anni senza guerra tra Aram e Israele era qualcosa di straordinario! Alla morte di Salomone il regno si divise: a Nord si formò il regno di Israele, a Sud quello di Giuda: un problema di rottura della fraternità.

Vs 3  Ramot : territorio di confine, oltre il Giordano, conteso. Il re progetta una guerra che, come sempre, si vuole giustificare.

Vs 5  consulta oggi stesso la parola del Signore: nella corte del re c’era una corporazione di profeti, incaricati di dire al re quale fosse la volontà di Dio sulle imprese che il re voleva intraprendere; questo fa parte di una istituzione di Israele, interessante se pensiamo a Natan con Davide, o a Giovanni Battista con Erode. L’intuizione era che anche l’ambito pubblico, politico deve essere sottoposto alla volontà di Dio: il re non può fare quel che vuole, ma deve prendere decisioni vagliate dalla volontà di Dio e colui che deve interpretare la Parola di Dio è il profeta. Questo è interessante anche per noi oggi. La chiesa ha il compito profetico.

Profeta è colui che dice il senso del presente, legge in profondità quel che sta succedendo, interpreta gli eventi. Poi, se parla del futuro, non è che prevede ma dice che oggi ci sono dei segnali che, se non cambiamo, finiremo male. E’ per quello che Erode ha un atteggiamento che sembra contradditorio con Giovanni: da una parte l’ha messo in prigione, ma – dice Luca – aveva rispetto e gli rincresce, aveva un senso di attenzione a questa presenza, anche se poi, di fatto, non lo ascoltava.

Vs 4… i profeti, in numero di quattrocento: già il numero comincia a puzzare. Profeti di corte che diventano cortigiani. Questi dicono quello che il re vuole sentirsi dire, sono ideologi, venduti al potente, appoggiano le sue ambizioni, i suoi progetti perché, come appare anche in altri testi della Scrittura, è evidente che questi vivevano alla tavola del re. Di fronte ai vantaggi che dava loro il servizio, rischiavano di annacquare la Parola di Dio, di non comunicare quello che Dio voleva comunicare.

Qui esce il problema del vero e del falso profeta in Israele, ma anche oggi. Il problema è chi ascoltiamo: attraverso chi, attraverso quale lettura dei fatti noi interpretiamo quel che sta succedendo. Ci sono cose difficili, oggi, ad es. i rifugiati. Dove troviamo come cristiani una parola che illumina, che guarda al di là della superficie e delle reazioni immediate?

Vs 7  Non c’è più nessun altro profeta… noi diremmo: “hai cercato di ascoltare davvero? Ti sei misurato con la Parola di Dio, ti sei fatto aiutare?”

Michea non è presente a corte, quasi a significare una presa di distanza, una situazione di chiusura che lui non può avvallare; la distanza materiale sta a significare una distanza di fronte al comportamento.

Vs 8  il re non parli così : ti stai precludendo la comprensione di quello che il Signore ti sta dicendo oggi? Non vedi che hai già orientato la tua decisione?

Vs 11  così dice il Signore: formula del profeta.

Vs 15  attaccala… : risposta ironica; l’ironia diventa un modo per provocare.

Vs 17  Vedo tutti gli Israeliti…: se vanno nella linea che dici tu, c’è disastro, dispersione, morte. Il re non è il padrone.

Vs 19  Io ho visto il Signore…: visione mitologica. Solo ora viene fuori il nome del re di Israele, Acab. E’ una figura che ha perduto consistenza con il suo modo di comportarsi. Il testo Insiste sulla menzogna, l’inganno. C’è nella storia una presenza che trasmette una lettura della vita, dei fatti, del senso delle relazioni che è menzognera e tendenzialmente questo inganno si fa strada. Il falso profeta è colui che trasmette una lettura distorta della realtà. Ascoltare un falso profeta vuol dire andare verso la morte, verso la divisione, la distruzione, ma tu ci vai perché ti sei fatto ingannare, hai creduto a una menzogna perché sia il vero che il falso chiedono un’adesione a quello che dicono. Il dramma è scoprire che ti sei fidato di una menzogna, che pensavi di andare verso la vita e hai trovato morte, verso la libertà e hai invece creato schiavitù. Nessuno va in certe direzioni perché vuole il male suo e degli altri, tranne poche eccezioni. Pensiamo a Gn , quando il serpente, figura di questa parola menzognera, ma che seduce, dice: “se tu allunghi le mani sul frutto, farai cose straordinarie”. E’ un’insistenza che troviamo sempre nella Scrittura. La rappresentazione mitologica è tipica dei tempi: si immagina Dio come un re supremo, circondato dalla sua corte, che governa il mondo. Il fatto che Lui mandi qualcuno, uno spirito, che porta i profeti, e quindi il re, ad affidarsi a una menzogna è una maniera per dire che gli stessi messaggeri di Dio invece di produrre conversione producono indurimento, come Giosafat.

Vs 24  Sedecìa si avvicinò a Michea e lo percosse: scontro.

Vs 25  lo vedrai…: il giorno in cui certe scelte porteranno i loro frutti disastrosi ti renderai conto che ti sei fatto tramite di una parola che uccide. Vedere l’importanza della parola, della riflessione, della comunicazione: ci vuole la prassi, bisogna vivere, sì, ma la parola di senso, la parola che aiuta a capire è fondamentale. Nel Vangelo quando Gesù vede le folle, ne prova compassione e, ancora prima di spezzare il pane per loro, insegna molte cose, le aiuta a capire quello che stanno vivendo.

  • Quanto riusciamo a farlo tra di noi, nelle nostre famiglie, con la gente? Perché uno ha bisogno del cibo, ma ancor di più della parola che illumina.

Vs 28  se davvero tornerai in pace: criterio ultimo per riconoscere il vero dal falso profeta. Nella bibbia ci sono un po’ di criteri, ad esempio criterio del disinteresse del profeta, ma non è un criterio decisivo, perché i profeti vivevano a corte. Mt 13 dice “l’operaio ha diritto alla sua mercede”. Altro criterio è l’insegnamento secondo tradizione: che non dica eresie, ma è un criterio di non facile applicazione; Gesù agli occhi delle autorità religiose era eterodosso quando criticava un certo modo di vivere il sabato, quando diceva che il tempio verrà distrutto. Il criterio decisivo è questo: quando la parola del profeta si compie, ma è un criterio drammatico: quando c’è il crollo ci si rende conto che i profeti avevano indicato la linea di senso, avevano messo in guardia. Pensiamo all’esperienza dell’esilio in Israele: perdono tutto e allora capiscono che hanno chiuso gli orecchi, hanno dato retta alla menzogna. Se prendiamo il nazismo o il maoismo: alla TV vediamo ancora le manifestazioni di folla di quei tempi e c’erano gli ideologi, c’era cura della comunicazione. Ma abbiamo visto le conseguenze drammatiche della guerra. Di fronte a queste ci si è chiesti: ma a cosa abbiamo creduto? C’erano alcuni, minoritari, che levavano la voce a dire che quella direzione non era giusta e così è stato con Mao. Bisognerebbe che uno ascoltasse prima.

Il Signore continua a mandare i suoi profeti, ma se non si ascoltiamo… Il Signore non ci abbandona, ma non risolve i problemi con la bacchetta magica; se c’è stato il male, ci sono delle conseguenze; il male fa male non solo agli altri, ma anche a chi lo compie.

Il tema di stasera è che nella storia c’è una lotta fra vera e falsa profezia, tra parola che aiuta a capire quel che sta succedendo e una che non aiuta, parola che può venire da varie parti, ma che interroga; chi ascoltiamo?

Pietro Bovati sj in una sua pagina richiama il rifiuto del vero profeta, che non avviene solo a livello personale, ma si estende all’intera società, che nel suo insieme rischia di rendersi sorda, di prestare l’orecchio solo a certe voci :

“Le orecchie diventano quasi atrofizzate, il cuore insensibile. Il rifiuto della verità che viene da Dio diventa sistema, costume sociale. Dio e la sua Parola vengono sostituiti da altre voci a cui si accorda quasi un valore sacrale. L’ascolto di Dio è rimpiazzato con un appariscente e ripetuto apparato rituale. La vita credente è così identificata con cerimonie e culti, osservanza di regole liturgiche che offrono l’apparenza della fedeltà a Dio senza tuttavia impegnare la coscienza, senza convertire il cuore.

Ma la voce del profeta è soffocata anche dal potere dominante che pretende di essere veicolo di pace nel condizionare l’opinione pubblica, uniformando tutto alla propria ideologia. Chi governa tende a creare servilismo. E anche coloro che per vocazione sarebbero chiamati a parole coraggiose di libertà – i profeti – sentono il fascino del consenso nei confronti del potente e accettano per sopravvivere o per fare carriera di sottomettere la verità alle opinioni vincenti.

Ancora più sottile è il rifiuto della profezia quando la rivelazione di Dio è identificata con una dottrina statica, invece di ripensare il cammino che Dio ha dato alla luce della storia”.

Il profeta buono era uno e i falsi profeti tanti.

Come ha fatto Michea, figlio di Imla? Perché ha avuto un rapporto personale con la Parola di Dio, ce l’aveva dentro, perché si è lasciato illuminare da quella.

Il Papa è andato da Don Mazzolari e da don Milani, che sono stati due che non sono stati ascoltati quando dicevano certe cose. Dove hanno trovato la forza?

  • Qual è la parola che di fatto ha spazio in me, quali sono i criteri che mi aiutano a leggere quello che sta succedendo?

 

Aperi…Bibbia al Centro San Giorgio 2017-18

Enigma Storia_2017-18

PIEGHEVOLE_Enigma-Storia_2017-18

Spartaco M. Galante S.J.

Spartaco_annuncio

La comunità di Bergamo ringrazia il Signore per aver avuto il dono di incontrare padre Spartaco Galante sj, uomo di Dio, amico premuroso, annunciatore del Vangelo, attento alla vita di quanti ha incontrato.

Dal 1990 al 1999, anni in cui è stato direttore del Centro Giovanile San Giorgio, siamo stati testimoni della sua passione e della sua solidarietà per l’uomo, incarnando fino in fondo quella caratteristica propria dei gesuiti per tutto ciò che parla di umanità.

Preziosa presenza nella vita di tantissime persone, capace di amicizia e di generosa premura, P.Spartaco è stato per tutti il volto amico del Padre, accogliente e sorridente. Con la sua umanità ha saputo avvicinare persone diverse, che si sono sentite accolte e hanno accettato di camminare insieme.

Attraverso lui il messaggio del Vangelo ci ha raggiunti vestito di simpatia, di attenzioni per ciò che è importante nella vita di ciascuno.

Fino all’ultimo ci siamo sentiti ospitati nel suo grande cuore.

Ed ora siamo certi che ci accompagnerà sempre.

 

Riportiamo una pagina del suo diario

Ricordi di ieri, realtà di oggi

Padre Spartaco racconta…

Fuori comincia ad imbrunire e qui, in questa mia cameretta, mi sorprendo su di una corrente di ricordi vividi.

A volerlo – e mi ci sono sforzato per dominare le lacrime – non posso spezzare questo flusso che serpeggia ad incorniciare tanta parte della mia giovinezza.

Sarò prete fra non molti giorni, fra questi pochi giorni che sfilano più lenti e più trepidanti dei lunghi anni di attesa.

Domenica 1 Novembre 1946, a Lonigo, verso le ore 16: ero anche lì in una cameretta, solo, e sfogliavo delle riveste. Ero svogliato e non sapevo perché; ero nervoso e non sapevo perché. Fuori il cielo di Novembre si inteneriva; e dentro, ma dentro di me, l’atmosfera greve e di pianto del mese dei morti.

La buona signorina Noemi, presso cui abitavo, mi diceva: “Oggi Lei non va in chiesa?” – “No, oggi non vado in chiesa!”. Tutti i muscoli mi si attorcigliavano in corpo; avrei rotto tutti i vetri di casa; sarei scappato di lì, da quella casa, da quel paese, sarei andato non so dove… Accesi una sigaretta tremante, mentre continuavo a sfogliare, a sfogliare senza leggere, le riviste gettate sul mio tavolino.

Oggi non va in chiesa?” – “No, oggi non vado in chiesa!”.

Perché negarlo? Perché continuare ad affermare che i miei nervi erano a pezzi senza sapere perché?

Lo sapevo: una voce interiore, dentro e in fondo, nel punto più dolorante ed acuto dell’anima, mi diceva: “devi farti Gesuita, devi farti Gesuita”. Ho cercato di reagire a quella voce, di farla tacere, di confonderla…

A me, proprio a me, e a vent’anni, dopo che mi ero sbracciato con entusiasmo a lavorare – sezione propaganda – nell’arena dell’azione politica, la stimolante passione giovanile? A me quella voce: ”devi farti Gesuita”?

Che ne pensavo io dei Gesuiti? Un mio cugino era Gesuita, ma l’avevo visto solo poche volte e di sfuggita: riverito, guardato dietro l’alone che questo nome porta con sé come la nuvola di fuoco accompagnava i figli di Israele nel deserto; che ne sapevo io di più dei Gesuiti, se non quel che si orecchia nei nostri paesi?

Non che io fossi uno scavezzacollo, ma non ero un santo, non avevo sentito il pungolo di esserlo. Sentivo tuttavia la forza e la bellezza della mia giovinezza, volevo “viverla”. Appartenevo all’Azione Cattolica e nutrivo un tenero affetto per una fanciulla; avevo spezzato gli studi ed ero socio della San Vincenzo e – magari uscendo da una stanzetta oscura a contatto con un sofferente – andavo diritto ad un cinema a sorbire passivo una fantasia mobile e spesso inconcludente.

A vent’anni: così, nella vita che invitava. Ma così, come la luna: una parte illuminata ed una parte oscura.

Pochi mesi prima, un mio caro amico mi aveva invitato a partecipare ad un corso di Esercizi a Padova. C’era ancora un posto lasciato libero da un altro. Non ci volevo andare. Ma per non dire di no ad un amico – non lo so fare – partii più per accontentare e per curiosità che per convinzione.

So che quel mio amico portava nel cuore il desiderio di donarsi al Signore. Nulla, o forse sì: qualcosa avvenne: l’amico, continuando i suoi studi, si è poi laureato ed io… no, ma non fu allora. Non so davvero quale effetto avessero operato in me gli Esercizi. Tornai a casa: e come prima, frequentavo l’Azione Cattolica, mi interessavo di politica, ero socio della San Vincenzo, andavo al cinema e nutrivo un affetto. Sognavo di avere una casa e questa volta mia e in senso pieno.

Ma per lavorare seriamente nel campo politico, ma per mettere su una casa mia, avrei dovuto ripigliare gli studi e questa volta da solo, in un paese lontano dai soliti cari amici, a Lonigo.

E fu lì… quel pomeriggio che non volevo andare in chiesa… la voce imperiosa mi ripeteva con viva monotonia: devi farti Gesuita.

Senza che io me ne accorgessi, il Signore aveva lentamente scavato e preparato il terreno.

La signorina Noemi mi diceva: “Oggi non va in chiesa?” – “No, oggi non vado in chiesa”. Ma poi uscii, camminai per le vie semideserte, ma dovetti cedere… ad un certo momento mi recai alla chiesa di Villa San Fermo.

Entrai, mi lasciai andare a sfascio, prostrato sull’inginocchiatoio.

Ero dolorante e torpido. Nessuno in chiesa; silenzio e penombra rotta da una testina lucente morente vicina al tabernacolo.

Non pregavo: piangevo. Avevo sul capo come una corona di spine che mi lancinava e nel cuore l’agonia. Mi alzai ed uscii di nuovo, anzi scappai da quel silenzio che decuplicava la risonanza della voce.

Poi… non so come fu, come non so ora perché tremo alla gioia tremenda di questa vigilia.

La sera, prima della partenza, andai al bar con gli amici ma non dissi niente a nessuno, non salutai nessuno, non abbracciai nessuno.

Oltre ai miei, due sole confidenze come eccezione.

Ma non mi domandate la sequenza che ho tagliato tra quell’indimenticabile pomeriggio e la sera prima della partenza, gli strappi che il Signore ha dovuto operare…

Più tardi ho saputo… ero stato ”tradito…” da mia madre. Tradito da mia madre che chiedeva incessantemente al Signore di avere 22un figlio prete. Così, mentre io mi affannavo a stendere il disegno della mia vita, Lei ne stendeva un altro.

Ed è per questo, Mamma, che non sarai tu la prima a baciare le mie mani odoranti, fresche del sacro crisma, ma sarò io che bacerò le tue mani per quanti rosari hanno sgranato, per quante volte si sono congiunte ad accompagnare la tua preghiera intima, per quante volte tenendole sul mio capo di bambino e sulle mie spalle di adolescente, sentivano presaghe modellarsi il prete in me.

Spartaco M. Galante S.J.

Annuncio P.Spartaco


Giovedì 25 maggio 2017

Ascensione del Signore

è tornato alla casa del Padre


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Padre Spartaco Galante sj


Preziosa presenza nella vita di tantissime persone, capace di amicizia e di generosa premura,

è stato per tutti il volto amico del Padre, accogliente e sorridente.

Dal 1990 al 1999, anni in cui è stato direttore del Centro Giovanile San Giorgio,

lo abbiamo visto incarnare quella passione per l’uomo

e la solidarietà con tutto ciò che parla di umanità,

che è caratteristica così propria del Gesuita.

Ringraziamo il Signore per il dono di Padre Spartaco.

Evans

Università degli Studi di Bergamo, Aula 5, martedì 28 marzo 2017, ore 9,30

“…proclamo Evans Appiah Billa dottore in Scienze Pedagogiche con la votazione di 110/110”!

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Tredici anni fa, in un pomeriggio d’autunno, arrivava a San Giorgio un ragazzino riservato, proveniente dal Ghana, che si era iscritto al primo anno dell’Istituto Pesenti. Evans aveva bisogno di consolidare la conoscenza della lingua italiana e di imparare un metodo di studio.

Era sempre presente, sia durante il tempo dedicato allo studio sia durante le attività proposte dalla Fabbrica dei Sogni, partecipando con passione agli allenamenti e alle partite della squadra di basket e alle escursioni in montagna.

Ben presto si era dato da fare nell’assistenza al gioco dei più piccoli, collaborando attivamente con l’educatore; tanto che, dopo qualche anno, l’Associazione gli aveva affidato il compito di Animatore.

Ottenuto il diploma di maturità, aveva espresso il desiderio di frequentare l’università per completare la sua formazione pedagogica. Così la Fondazione San Giorgio gli aveva assegnato la borsa di studio “Paolo Scaglia” per aiutarlo a realizzare il suo sogno. Successivamente la Fabbrica dei Sogni lo ha assunto in qualità di Educatore, dandogli la possibilità di sperimentare nell’incontro quotidiano con i ragazzi quanto appreso durante il percorso universitario.

Qualche anno fa, nel 2012, Evans aveva fatto un viaggio in Africa per riabbracciare la madre e presentarle la fidanzata. Le condizioni di vita nel suo paese natale, che aveva toccato con mano a distanza di tempo, lo avevano scosso e non era riuscito a restarne indifferente. Rientrando in Italia, aveva maturato il desiderio di dare una casa alla madre e ai fratellini rimasti in Ghana; così, risparmiando sulle spese personali, è riuscito ad acquistare un terreno per loro e a contribuire alla costruzione di una nuova abitazione.

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Laureatosi in Scienze dell’Educazione, ha voluto continuare con il corso specialistico in Scienze Pedagogiche. Ed eccoci ad oggi!

Il suo progetto di vita prevede ora uno stacco dall’Italia, ma Evans non è certo di riuscire a stare lontano dalla realtà di San Giorgio, che per anni ha considerato come casa sua.

Dopo il prossimo periodo di tirocinio ed inserimento professionale oltre Manica, Evans sogna di costruire una sua famiglia e di dare qualcosa al suo Paese d’origine. Consapevole, infatti, del valore dell’istruzione nella vita di ogni persona, vorrebbe contribuire alla costruzione di una scuola in Ghana.

 

 

 

 

 

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Evans è amato dai bambini per la fantasia con cui propone i giochi, è ammirato dai ragazzi per la sua agilità nella danza – il venerdì nel tardo pomeriggio alla Fabbrica si fa musica –, è apprezzato dai più grandi per la sua capacità di ascoltare ed entrare in empatia, è gradito agli adulti perché attento ad insegnare il rispetto delle regole del vivere insieme.

Evans è molto grato all’ambiente di San Giorgio che lo ha accolto e lo ha sostenuto in vario modo nella sua crescita. Anche spiritualmente, Evans ha trovato nella Comunità di Vita Cristiana (CVX) delle persone che lo hanno accompagnato nelle sue scelte di vita.

Il nostro testimoniare…

E’ possibile essere testimoni del Cristo nel mondo d’oggi?

Forse basta non tenere solo per sé la gioia provata in un incontro, il senso di pienezza, pur se fugace, sperimentato in qualche occasione…

La nostra spiritualità ci insegna ad essere contemplativi nell’azione, a “essere nel mondo senza essere del mondo”. Ma l’insegnamento dei Padri Gesuiti che ci hanno accompagnato ci ha sempre spinto a non omologarci, a cercare ciascuno la propria via, utilizzando lo strumento ignaziano del Discernimento.

Ecco che nella nostra piccola comunità sono fiorite esperienze di servizio in diversi ambiti, portate avanti sia singolarmente che in gruppo.

In questa sezione sono presentati i differenti apostolati svolti dai membri della nostra comunità.

La nonna della Fabbrica dei Sogni

La mia presenza alla Fabbrica dei Sogni è datata  2001. Ho cominciato con una certa ritrosia: essendo insegnante, non ero entusiasta di passare anche il pomeriggio a fare le stesse cose che facevo al mattino.

Ben presto, però, mi sono accorta che era tutto un altro lavoro rispetto a quello che facevo a scuola: affiancare nello studio questi ragazzi era gratificante, perché avevano voglia di imparare e mostravano rispetto e gratitudine verso l’adulto che si dedicava loro. Questo mi ha portato a cercare modalità di comunicazione più immediate attraverso la gestualità, il disegno, lo schema. Ho imparato a semplificare i messaggi contenuti nei libri di testo per rimuovere ostacoli che impediscono l’accesso alla conoscenza e, di settimana in settimana, ho constatato progressi nell’apprendimento dei ragazzi.

Dopo qualche tempo, qualcuno di loro ha cominciato a raccontare frammenti della propria storia, partendo da ciò che in quel momento generava sofferenza: poteva essere il disaccordo con un genitore sulle proprie scelte di vita, o la nostalgia del mondo lasciato, oppure la difficoltà di ricostruire il rapporto con un genitore quasi sconosciuto con cui aveva vissuto solo nella prima infanzia, o ancora il disagio provocato dai compagni di scuola che lo emarginavano.

Ad un certo punto qualcuno dei ragazzi ha cominciato a chiamarmi “nonna”: sulle prime sono rimasta perplessa (in quel periodo mi tingevo i capelli…), poi ho compreso che con quel titolo i ragazzi evocavano una figura cara, lasciata in Africa, che li aveva accuditi nei lunghi anni di lontananza dei genitori. Sapere che i miei figli naturali avevano avuto la possibilità di crescere fra tante opportunità di apprendimento, di esercizio sportivo, di viaggi, di affetto da parte di tutta la famiglia mi creava il bisogno di regalare anche a questi “nipoti” acquisiti le stesse opportunità.

Ho cominciato a sciogliermi, ad essere più libera nel manifestare i miei sentimenti, a lasciarmi abbracciare, ad accogliere il loro saluto affettuoso come una ricchezza che aumentava di giorno in giorno, comprendendo che molti giovani non sanno chiamare per nome le loro emozioni, perché non hanno qualcuno che sia attento a quello che stanno vivendo. Le esperienze vissute nel pomeriggio a San Giorgio animavano le conversazioni serali in famiglia: tanto che i vari Youssef, Habiba, Natalya, Mohammed diventavano gli invisibili commensali della nostra tavola. Il nostro desiderio giovanile di trasferirci un giorno in Africa andava prendendo forma: l’Africa era venuta a stare da noi.

Quando mi sono ritrovata improvvisamente vedova, l’aver intrapreso questo impegno, condiviso con mio marito, mi ha permesso di ritrovare lo scopo e la serenità del vivere, dopo un periodo iniziale di disorientamento. Mi sono sentita ancora utile nella mia professionalità e, come persona, più forte e capace di dar voce alle difficoltà e alle necessità di questi ragazzi secondo le mie capacità.

Il modello consumistico prospettato dalla nostra società e l’attuale svalutazione del valore della dignità della persona possono indurre i ragazzi a buttarsi via, soprattutto coloro che hanno scarse possibilità economiche o che sperimentano insuccessi scolastici. Mi sono accorta che molti ragazzi sono confusi riguardo alla propria identità culturale, attratti dal modello di vita occidentale, ma trattenuti da quello del proprio Paese d’origine, sostenuto dai genitori.

Io credo sia importante suscitare in ciascuno quelle domande esistenziali al fine che l’individuo si sviluppi in modo completo ed eviti di essere fagocitato dal nostro sistema omologante, secondo un’idea di integrazione che non condivido. La mia fede si manifesta anche in questo: credo profondamente nel valore della persona, di qualsiasi persona, e le differenze antropologiche fisiche o comportamentali mi appaiono come abiti che velano l’uguale umanità che è in ciascuno.

                                                                                                                                             Maria

Un modo di concepire la vita in DUE

Quando, con mia moglie Carla, iniziammo ad accompagnare le coppie di fidanzati nell’itinerario di preparazione al Matrimonio, ci sentivamo, con due figli già grandi ma con l’ultimo figlio ancora alla scuola primaria, sufficientemente  in grado di essere in sintonia con le motivazioni e il sentire di coppie giovani.

Da allora sono trascorsi circa 25 anni e spesso ci chiediamo se siamo in grado di comprendere fino in fondo la realtà della famiglia come viene concepita oggi, in un contesto ambientale così diverso da quello in cui noi abbiamo vissuto il nostro progetto di vita insieme. Voglio dire che in passato tutto era finalizzato a condurre due persone che si amavano al matrimonio, ed al Matrimonio come Sacramento, anche se spesso ciò avveniva per tradizione, piuttosto che per effettivo convincimento.

Forse anch’io sono arrivato al Matrimonio in chiesa perché non vi era altro modo di concepire la vita a due, ma credo sia stato il vivere concretamente l’uno accanto all’altra, l’esperienza del diventare genitori, il trasmettere il senso della vita ai propri figli, l’amore di una moglie che ti permette di superare i momenti di disagio esistenziale, tutto questo mi ha reso consapevole dell’importanza della scelta fatta e mi ha spinto a desiderare di dirlo agli altri.

Un momento di svolta nella nostra vita di coppia fu determinato da un cambio di abitazione che ci portò vicino alla chiesa di San Giorgio e alla conoscenza dei Padri Gesuiti, dove Carla iniziò a seguire le lectio di approfondimento della Parola, nonché l’esperienza degli Esercizi di S. Ignazio: da qui il coinvolgimento mio e il nome Giorgio dato al nostro terzo figlio, nonché l’appartenenza alla CVX.

Tornando alle difficoltà di comprensione del presente da parte di chi ha già fatto un bel pezzo di strada (di recente abbiamo visto un film sul cammino di Santiago) credo che l’Amore, se per amore intendiamo ciò che connota l’essenza del Creatore, lega l’umanità nel susseguirsi delle generazioni e ciascuna abbia qualcosa da dire all’altra: quando siamo in mezzo alle coppie di fidanzati, vedendo i loro sguardi di intesa e i loro gesti affettuosi ci rendiamo conto che nulla è cambiato anche se tutto è diverso e ci sentiamo bene con loro e con noi stessi, perché siamo col Signore.

                                                                                                                                             Guido