IV lectio di P. Maurizio Teani sj – Venerdì 19 gennaio 2018

L’enigma e il senso della storia.

Una lettura del profetismo biblico – GEREMIA

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Testo di riferimento è il capitolo 1 del libro di Geremia: la vocazione di Geremia

Memori che ciascuno di noi con il Battesimo è chiamato a vivere il ministero profetico, riprendiamo la lettura della storia e del significato degli avvenimenti.

I profeti rivendicano un’autorevolezza perché affermano che Dio è entrato fortemente nella loro vita e quindi la parola che annunciano è ispirata da Lui. Normalmente il profeta è ostacolato; per questo nei libri profetici si trova quasi sempre un “racconto di vocazione”, a testimoniare il suo ruolo autorevole all’interno della comunità.

Stasera leggeremo il racconto della vocazione di Geremia presente nel capitolo 1 (Ger 1, 4-10; 18-19), con inseriti al centro due visioni profetiche.

I primi 3 versetti del capitolo 1 ci restituiscono l’inquadramento storico della profezia: ci troviamo nel territorio di Beniamino al tempo di Giosia, figlio di Amon.

Vs 4 La parola del Signore fu a me: “Prima che tu fossi formato nel grembo materno, io ti ho riconosciuto, prima che tu uscissi dal ventre ti ho separato; ti ho stabilito profeta delle nazioni… quando eri un feto informe prima che tu avessi acquisito la tua identità, io ti ho riconosciuto, prima che ti fosse tagliato il cordone ombelicale – gesto che il padre compie riconoscendo il figlio e dandogli il nome – io ti ho pensato per un servizio particolare alla comunità; ti ho donato profeta delle nazioni. C’è un’anteriorità alla propria storia personale che definisce l’identità e la missione del profeta.

  • Ognuno è un dono di Dio per gli altri: quando Dio consacra qualcuno, è sempre per il bene della comunità. La chiamata e la missione sono collegate: Dio chiama ciascuno non perché si isoli, ma perché vada e si faccia dono per gli altri.

La prima reazione di Geremia, come anche quella di Mosè e di Abramo, è quella di mettere in luce la propria inadeguatezza di fronte alla missione ricevuta, lo sconcerto di fronte alla chiamata di Dio. L’esperienza di resistere a questa chiamata garantisce che la parola del profeta non è un prodotto della sua fantasia, ma è un segno di autenticità.

Vs 6 ecco, io non so parlare, perché sono giovane… Geremia riceve una missione di Parola, ma si sente troppo giovane per poter interpretare la realtà alla luce di questa Parola, perché a differenza dell’anziano ha fatto ancora poca esperienza per essere autorevole di fronte alla comunità.

Vs 7 tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò… e dirai tutto quello che ti comanderò… in queste parole viene sottolineata la totalità del messaggio che è rivolto a tutti e che non deve essere distorto. L’ obiezione del profeta non regge, perché la forza gli verrà da Dio.

Vs 8 non avere paura: Geremia ha paura per la missione che lo aspetta e che comporterà leggere in profondità le situazioni e smascherare le responsabilità. E’ una reazione normale, ma che rischia di bloccare il profeta. La parola chiave è “io sono con te”, questa è l’unica garanzia di riuscita della missione che gli è stata affidata. Il nome di Dio, che viene rivelato a Mosè sul monte Sinai, va inteso nella mentalità ebraica: “Io sono colui che sono accanto a te”. E questo “essere con te” viene detto anche a Maria nel momento dell’Annunciazione: “Rallegrati, Maria, il Signore è con te…” E’ proprio il nome di Dio, l’Emanuele, il Dio con noi rivelato da Isaia e annunciato in tutto il vangelo di Matteo.

  • Qual è l’esperienza che permette di vincere le proprie resistenze, di superare la paura?
    E’ proprio l’esperienza del Dio con noi.

Anche la testimonianza dei profeti del nostro tempo, che hanno fatto emergere cose che non andavano bene, si basa su questo: l’importanza di vivere una relazione profonda con il Signore. (cfr con il Salmo 23 il Signore è mio pastore, non manco di nulla).

Vs 9 il Signore stese la mano, mi toccò la bocca… ritroviamo lo stesso verbo DONARE nell’espressione che in italiano viene tradotta “stese la mano = diede la sua mano”, ossia Dio ti ha consacrato, ti ha donato profeta per gli altri. Nell’immagine “tocca le labbra” Dio dona al profeta la sua Parola, che gli permette di vivere questa missione, non lasciandolo alle sue sole forze. Dio interviene direttamente e da qui deriva l’autorevolezza del profeta.

Vs 10 in questo versetto viene descritta la missione di Geremia: Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare… Geremia ha vissuto nel periodo critico del popolo di Israele, al tempo che ha preceduto la deportazione di Israele in Babilonia. Ha denunciato il non ascolto della Parola di Dio, l’idolatria ossia il peccato di affidarsi a realtà assolutizzate, che di fatto non possono salvare. La missione del profeta viene descritta con 4 verbi negativi (sradicare e demolire, distruggere e abbattere) e 2 positivi (edificare e piantare): i verbi negativi annunciano la distruzione del tempio e l’esilio di Israele e, allo stesso tempo, evidenziano la sofferenza del profeta nel dover annunciare la fine del suo popolo. I verbi positivi invece annunciano una speranza, la salvezza promessa, ci sarà un futuro: edificare, in rapporto al tempio, e piantare la vigna, immagine tipica che identifica il nuovo popolo di Israele.

  • È interessante sottolineare che affinché ci sia qualcosa di positivo (la costituzione di un popolo fedele, perché il tempio divenga davvero il luogo dove incontrare Dio) è necessario passare attraverso la distruzione. Di fronte al crollo cambia il cuore e si può riedificare.

Vs 17 tu, poi, stringi la veste ai fianchialtrimenti ti farò temere davanti a loro. Questo versetto esprime la prontezza del profeta e la sua totale disponibilità nell’affidarsi al Signore, perché altrimenti sarà preda della sua stessa paura.

  • Se non riusciamo a superare la nostra paura di cambiare, di perdersi, di scoprirsi, fidandoci del Signore, diventeremo preda della nostra stessa paura e prenderemo decisioni per difendere le nostre sicurezze, rimanendo sempre in una logica di immobilità e schiavitù.

Vs 18-19 … ed ecco oggi io faccio di te una fortezza, come un muro di bronzo… ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti: in questi versetti viene ribadita la forte opposizione che il profeta deve affrontare, sostenuto dal Signore che rimane con lui. Questa immagine è ripresa in Lc 9,51 indurì il suo volto e lo orientò verso Gerusalemme…, quando Gesù prese la ferma decisione (= come un muro di bronzo, una colonna di ferro) di recarsi a Gerusalemme. Il profeta, come Gesù, è reso capace di affrontare la situazione di pericolo, con la virtù della fortezza alimentata dalla sua relazione col Signore.

I versetti 11-12 e 13-16 presentano due visioni, frequenti nei libri dei profeti. Il loro significato è che il profeta, per intervento di Dio, è reso capace di vedere in profondità la realtà, al di là della superficie.

  • Potrebbe essere chiesto anche a noi riguardo alla realtà che viviamo: “Cosa vedi?”

Vs11 “Che cosa vedi Geremia?” Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo…” Il mandorlo è il primo albero che si risveglia a primavera, perciò in ebraico è detto “il vegliante”. Geremia vede un mandorlo vegliante, a simboleggiare che Dio è presente nella storia, non dorme, ma vigila affinché la sua Parola, che abbatte e ricostruisce, si compia. Il mestiere del profeta non è facile, perché spesso viene deriso e la sua parola messa in discussione. Al capitolo Ger 17,15 ritroviamo la domanda costante del popolo “dov’è la parola del Signore? Si compia finalmente!” … domanda che umanamente risuona anche dentro il profeta, ma alla quale lui stesso risponde in virtù di questa visione: il Signore è presente nelle piccole cose e vigila nella storia. Ricordiamo a questo proposito anche le diverse parabole del Regno e tra queste quella del granellino di senape che simboleggia la venuta del Regno: apparentemente non visibile all’inizio ma col tempo diviene dimora di numerosi uccelli con la sua grandiosità.

Vs 13-15 “Che cosa vedi?” Risposi: “Vedo una caldaia di fuoco inclinata verso settentrione” Il Signore conferma che la sventura verrà dal nord con le truppe babilonesi. Questo ci fa osservare che il profeta, aiutato da Dio, fa una lettura non condivisa da altri; infatti la pentola sul fuoco potrebbe rappresentare una cosa positiva, ma in realtà preannuncia l’avvento della devastazione di Israele. I falsi profeti spesso preannunciano “pace pace” dove la pace effettivamente non si può realizzare, il profeta di Dio invece mette in luce il vero stravolgimento della realtà andando contro il pensiero comune.

  • In tempi difficili, la lettura della realtà può essere distorta e richiede la presenza di una persona autorevole che la interpreti.

Come ogni profeta di Dio, prima di comunicarla agli altri, Geremia sperimenta, vive, soppesa e soffre la Parola, fa fatica ad accettarla, come è descritto in alcuni testi autobiografici del suo libro, nelle cosiddette “Confessioni di Geremia”:

Ger 20, 7-9 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.
Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

 Ger 20, 14-18 Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo:
«Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia.
Quell’uomo sia come le città che il Signore ha demolito senza compassione.
Ascolti grida al mattino e rumori di guerra a mezzogiorno,
perché non mi fece morire nel grembo materno;
mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre.
Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore
e per finire i miei giorni nella vergogna?

Il versetto 14 collega la missione, descritta nel capitolo 1, alla nascita reale del profeta e rappresenta il verso più tragico. Il profeta maledice il giorno della sua nascita, come a rinnegare la missione che gli è stata affidata dal Signore, ma allo stesso tempo la sua nascita costituisce una promessa di vita e di salvezza per il popolo di Israele. In questi versetti il profeta esprime proprio la crisi della sua esperienza: perché nascere per morire? Perché uscire dall’Egitto (= il verbo della nascita) per morire nel deserto? La possibilità di una vita libera viene letta come una condanna a morte. Ma lo stesso Geremia, di fronte alla conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, acquisterà un campo come segno di speranza, lui con la sua vita testimonia al popolo di Israele la possibilità della salvezza, di una terra promessa.

Altre parti della Bibbia evidenziano come il profeta di Dio vive spesso la sua testimonianza come un’esperienza di angoscia, fatica e sofferenza (Cfr Giobbe 3, 3: perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: ”è stato concepito un uomo!”). Lo stesso Gesù, nella preghiera del Getsemani, non maledice la sua nascita, ma avverte l’abbandono del Padre e l’incomprensione dei discepoli che hanno condiviso con lui il cammino evangelico.